Shanghai celebra Wallace Chan: e il titanio diventa anima

Scritto il 17/07/2026
da Mimmo Di Marzio

Al Long Museum le suggestive e monumentali sculture per i 70 anni del maestro che trasforma la materia in esperienza spirituale

C’è un momento, entrando nelle grandi sale del Long Museum, in cui il titanio smette di essere un metallo; perde la sua natura industriale, la sua associazione con la tecnologia e con l’ingegneria, per diventare qualcosa di inatteso un corpo vivente, una pelle attraversata dalla luce, un contenitore di memoria, di coscienza, di spiritualità.

È questa la sorprendente rivelazione di “Vessels of Other Worlds”, la monumentale mostra che Shanghai dedica a Wallace Chan in occasione del suo settantesimo compleanno. Non una semplice retrospettiva, ma un viaggio immersivo dentro il pensiero di uno degli artisti più originali della scena contemporanea asiatica, capace di attraversare discipline, culture e religioni fino a costruire un linguaggio completamente personale.

Curata da James Putnam, l’esposizione dialoga idealmente con la parallela mostra veneziana allestita nella Cappella di Santa Maria della Pietà durante la Biennale d’Arte, trasformando Shanghai e Venezia in due estremi dello stesso racconto. Due città d’acqua, due mondi lontani che si riflettono l’uno nell’altro attraverso opere, immagini e rimandi simbolici, come se la distanza geografica fosse soltanto un’illusione.

Ma è nel Long Museum che il progetto raggiunge la sua massima espansione, perché è proprio qui che la scultura diventa ambiente, architettura, esperienza sensoriale. Il visitatore attraversa corridoi quasi iniziatici che ricostruiscono il percorso creativo dell’artista, dalle celebri serie Titans, Totem e Transcendence fino ad arrivare al cuore della mostra: tre giganteschi vasi di titanio alti sette, otto e dieci metri.

Sono presenze monumentali, quelle che Wallace mette quasi teatralmente in scena, ma sorprendentemente leggere nello sguardo. Le sue sculture, straordinaria sintesi tra simbologie della tradizione taoista e visioni futuristiche e a tratti distopiche, sembrano astronavi approdate da un tempo remoto oppure reliquiari appartenenti a una civiltà lontana, forse di un altro pianeta.

La loro pelle metallica riflette la luce con sfumature gialle, rosse e blu create magicamente da migliaia di elementi in titanio, ingranaggi e decine di migliaia di viti compongono una struttura tanto complessa quanto armoniosa, dove ogni dettaglio custodisce un significato. Ecco immagini di figure umane, neonati che sembrano camminare, volti sospesi, creature fantastiche, animali mitologici, dischi specchianti: un universo iconografico che intreccia cosmologia buddhista, immaginario cinese e suggestioni occidentali.

Una delle grandi installazioni invita addirittura il pubblico a entrare al suo interno; superata la soglia, il visitatore si ritrova immerso in uno spazio caleidoscopico, dove superfici riflettenti moltiplicano immagini e prospettive all’infinito.

È una naturale evoluzione del celebre Wallace Cut, la rivoluzionaria tecnica di incisione tridimensionale sulle pietre preziose inventata da Chan negli anni Ottanta, grazie alla quale la luce smette di colpire semplicemente la superficie per diventare parte stessa dell’opera. Oggi quella intuizione nata nel mondo dell’alta gioielleria viene trasportata nella dimensione monumentale della scultura.

Ed è forse proprio questa la chiave per comprendere Wallace Chan, che per decenni è stato uno dei più grandi innovatori dell’arte del gioiello contemporaneo. Le sue creazioni, considerate autentici capolavori di invenzione tecnica e poetica, hanno ridefinito il rapporto tra pietra preziosa e scultura, trasformando il gioiello in un microcosmo narrativo. Poi è arrivata un’altra stagione della vita, un tempo di silenzio.

Nei primi anni Duemila Chan decise di ritirarsi per un periodo come monaco buddhista, rinunciando ai beni materiali e scegliendo una disciplina fatta di meditazione e contemplazione. Non una semplice parentesi, ma una trasformazione radicale. Poi tornò a creare, ma con uno sguardo radicalmente cambiato.

Wallace abbandona progressivamente la preziosità delle gemme per confrontarsi con materiali poveri come cemento, rame e acciaio, fino ad arrivare al titanio, “un materiale eterno” destinato a diventare la materia simbolo della sua ricerca.

Non una scelta casuale. Il titanio è uno dei metalli più resistenti esistenti: leggerissimo, quasi eterno, inattaccabile dalla corrosione. Una materia che sembra sfidare il tempo.

Chan la piega però a un linguaggio sorprendentemente educato facendo perdere al metallo ogni durezza, incurvandolo quasi come fosse tessuto, aprendolo a forme organiche, rendendolo pelle, membrana, respiro. La forza tecnica non è mai esibizione, ma strumento per parlare dell’invisibile e l’artista ama definire questi giganteschi contenitori come metafore del corpo umano.

Un vaso non custodisce soltanto qualcosa di materiale, ma può contenere il tempo, i ricordi, le emozioni, la coscienza; può diventare un luogo spirituale. E così i grandi recipienti che dominano la mostra finiscono per rappresentare il ciclo stesso dell’esistenza: nascita, crescita, rinascita.

E’ un pensiero che nasce anche dall’incontro tra Oriente e Occidente: le tre opere monumentali si ispirano infatti agli oli sacri utilizzati nella tradizione cattolica per i riti di benedizione, ma la loro lettura si intreccia con la filosofia buddhista, con il concetto di trasformazione continua e con una visione dell’universo nella quale ogni elemento è connesso agli altri, senza confini rigidi né separazioni.

Le gigantesche teste della serie Titans, sospese tra sembianze umane e archetipi senza tempo, sembrano evocare al contempo il Buddha e un essere extraterrestre. I loro volti immobili sembrano osservare il visitatore con una serenità antichissima, mentre al loro interno altre teste si ripetono all’infinito in una sorta di vertigine visiva che suggerisce l’idea dell’eterno ritorno.

Così pure le grandi sculture dedicate ai sensi – occhi, naso, bocca, orecchie – interrogano il rapporto tra percezione e coscienza. Vediamo il mondo, sembra suggerire Chan, ma raramente osserviamo gli strumenti attraverso cui lo percepiamo e l’esperienza della realtà passa sempre attraverso filtri invisibili.

E allora le sue opere monumentali trasformano il museo in uno spazio quasi meditativo, dove la materia più resistente conosciuta dall’uomo diventa sorprendentemente fragile, poetica, luminosa.

E forse è proprio questa la lezione più preziosa che Wallace Chan consegna al pubblico: l’arte non serve a rendere immortale la materia, ma a ricordare che anche ciò che appare eterno trova senso soltanto quando riesce a custodire la fragile e misteriosa esperienza dell’essere vivi.