Quando ho letto per la prima volta la storia dell’audace impresa del sergente pilota James Ward, un ventiduenne originario di Whanganui, in Nuova Zelanda, che si era aggiudicato giocando a testa o croce l’ultimo posto disponibile nel 75° Squadrone bombardiere della Royal Air Force dopo essere partito volontario dalla sua distante terra del Commonwealth, abbandonando tutto ciò desiderava fare nella vita, essere insegnante presso la Castlecliff School, per fare la sua parte in guerra, mi è tornata alla mente una citazione che mi ero appuntato da qualche parte: “Il piano si divideva in tre parti: la fase pericolosa, la fase molto pericolosa e la fase di follia pura e semplice”. Perché è vero, come ha scritto qualcuno che mi ha preceduto, che esiste una linea estremamente sottile per dividere gli atti di coraggio dagli atti di follia, e quello di Jimmy Ward, a un primo approccio, sconfina nettamente nella seconda schiera.
Come copilota di un bombardiere medio Vickers Wellington, il sergente James Allen Ward aveva ricevuto l’ordine di prendere parte a una missione di bombardamento su Münster, in Germania. Era il 7 luglio del 1941.
Il raid, che aveva portato allo sganciamento delle bombe sugli obiettivi “senza intoppi”, data la fiacca reazione della contraerea tedesca, probabilmente colta di sorpresa, si era tramutato rapidamente in un incubo per il bombardiere di Ward, quanto venne intercettato da un caccia notturno Bf-110 della Luftwaffe tedesca sullo Zuiderzee, la baia del Mare del Nord al largo dell’Olanda, mentre seguira la rotta di rientro sull’Inghilterra.
Il sistema di interfono del bombardiere, quello che consente all’equipaggio di comunicare via radio e darsi le indicazioni, coordinarsi e affrontare al meglio una minaccia, aveva smesso di funzionare. Ciò non consentiva ai comandanti di avvertire i mitraglieri né del caccia in arrivo né dei danni subiti. L'impianto idraulico era stato messo fuori uso, il carrello d'atterraggio fortemente danneggiato, ma ancora peggio, le raffiche sferrate dal caccia notturno - poi abbattuto dal mitragliere di coda - avevano centrato il serbatoio di carburante posto nell'ala destra, provocando un incendio nella parte posteriore del motore che non poteva essere spento attraverso le normali procedure di compensazione, né era stato domato con l’uso di estintori dalla o lancio del caffè custodito nei thermos dalla carlinga, a causa del vento.
Il comandante, rassegnato al peggio, aveva ordinato all'equipaggio di prepararsi al lancio con il paracadute. Per Ward si trattava della sesta missione di guerra. Una missione che poteva terminare, molto probabilmente, con la cattura e la prigionia, se non peggio, con la morte, affogando nella baia o braccato e ucciso nella fuga della Gestapo. Breve compendio del destino dei piloti alleati abbattuti in tempo di guerra.
Fu allora che il coraggioso e folle neozelandese decise di tentare una cosa che non era mai stata tentata prima: sarebbe uscito dall’aereo attraverso un portellone, e legato a una corda si sarebbe fatto strada, dalla carlinga all’ala, per spegnere l’incendio che di lì a breve avrebbe fatto precipitare l’aereo in mare aperto.
Mentre il bombardiere volava a velocità ridotta, Ward, armato di una piccola ascia da pompiere della dotazione d’emergenza, strisciò fuori dall’abitacolo lacerando il tessuto per creare degli “appigli per mani e piedi dove necessario”, avanzando di almeno 4 metri, fino al raggiungimento del motore in fiamme. Resistendo strenuamente alla forte scia dell'elica che minacciava di scaraventarlo fuori bordo non appena avesse allentato un minimo la presa, da sdraiato, in una posizione a dir poco “precaria”, riuscì a soffocare l'incendio con un telo che conficcò nel foro provocato dal caccia nemico nel tentativo di tamponare la perdita di carburante. Un'impresa a dir poco folle che, nello sgomento del resto dell’equipaggio che assisteva all’azione o teneva stretta la corda a cui Ward era stato assicurato, riuscì. Una volta raggiunta la costa dell’Inghilterra, il navigatore, che aveva “recuperato” Ward e lo aveva issato a bordo come un grosso “pesce volante”, indicò la rotta per raggiungere il primo aerodromo, dove venne portato a termine un atterraggio d’emergenza senza freni né flap. Il Wellington si schiantò contro una siepe e una recinzione alla fine della pista, per prendere fuoco, dopo che l’intero equipaggio, sano e salvo, aveva abbandonato l’aereo.
Durante il rapporto, Ward descrisse la sua esperienza sull'ala dell'aereo, mentre era esposto alla corrente d’aria provocata dall’elica, come: "Essere in una tempesta terribile, la peggiore tempesta che avesse mai visto". Secondo i rapporti stilati in seguito, il coraggio del pilota neozelandese potrebbe non essere stato essenziale per il soffocamento dell’incendio, che si sarebbe estinto ugualmente, ma fu comunque un atto di coraggio encomiabile. In un primo momento i superiori rimproverarono quell’atto scellerato, sostenendo che il folle aveva corso troppi rischi per la propria vita e per quella dell’intero equipaggio, e che sia lui che il comandante avrebbero dovuto seguire le normali procedure e lanciarsi con il paracadute.
Ciò nonostante, Ward venne proposto per essere insignito della massima onorificenza al merito, dato il coraggio dimostrato in azione. Divenuto famoso, a sua insaputa un funzionario del Ministero dell'Aeronautica aveva suggerito al governo neozelandese di rimpatriarlo. La notorietà acquisita da Ward sarebbe stata utile a fini di propaganda e reclutamento. Ma il destino non lo rese possibile.
Il 15 settembre 1941, James Allen Ward, divenuto comandante di un nuovo bombardiere Wellington, venne pesantemente bersagliato dalla contraerea durante un’incursione su Amburgo. Era la sua undicesima missione. La quinta da comandante. Nel tentativo di tenere l’aereo orizzontale, diede l'ordine all’equipaggio di lanciarsi con il paracadute, come da normale procedura. Due avieri su sei riuscirono nell’impresa. Gli altri quattro, Ward compreso, si schiantarono nei pressi della città.
Quello stesso giorno il Group Captain Hugh Saunders, Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica della Royal New Zealand Air Force, aveva approvato la proposta di rimpatriarlo in Nuova Zelanda. Il corpo di Ward venne recuperato dai rottami del suo aereo e sepolto dai tedeschi in un cimitero civile. La conferma della sua morte fu ufficializzata solo nell'agosto del 1942 dalla Croce Rossa Internazionale. Il 16 ottobre 1942, a poco più di un anno dalla sua morte, la Victoria Cross venne consegnata ai suoi genitori a Wellington, in Nuova Zelanda, la città che portava il nome del famoso Duca che aveva battuto Napoleone sul campo di Waterloo, e a cui era stato dato il nome della classe di bombardieri su cui il figlio si era distinto con folle e disinteressato coraggio.
Pare che James Allen Ward, primo dei soli tre aviatori neozelandesi a essere insignito della Victoria Cross, la più alta onorificenza al valore di fronte al nemico che all'epoca poteva essere conferita al personale delle forze armate britanniche e del Commonwealth, fosse un ragazzo molto modesto nell’animo.
Quando venne convocato al numero 10 di Downing Street dal Primo Ministro Winston Churchill, apparve intimidito al punto da non riuscire a rispondere a nessuna delle domande che gli furono poste. Si racconta che Churchill guardò Ward con comprensione, dicendo: “Immagino ti senta in soggezione di fronte a me”. Ward assentì con un ossequioso “Sì, signore” che gli era uscito dalle labbra con un filo di voce. “Allora può immaginare quanto mi senta umile e in soggezione io di fronte a un uomo come lei”, disse Churchill. Ward riposa nel cimitero di guerra del Commonwealth di Ohlsdorf, ad Amburgo.

