La nuova mappa del terrorismo islamico: ecco i quattro fronti che preoccupano l’Occidente

Scritto il 17/07/2026
da Federico Giuliani

Dalle Filippine al Pakistan, passando per Bangladesh e Sri Lanka, cellule e reti radicali tornano a sfruttare instabilità, povertà e tensioni religiose

Il Sud Est Asiatico torna a fare i conti con la minaccia dell'estremismo islamico. Nel silenzio quasi generale, e dopo anni di apparente calma, a queste latitudini stanno prendendo forma i nuovi hotspot della jihad globale. Il primo segnale di una preoccupante rinascita è arrivato il 14 dicembre 2025. A Bondi Beach, in Australia, due uomini armati, padre e figlio, hanno aperto il fuoco sulla folla durante la prima serata di Hanukkah provocando 15 vittime. L'assalto è stato subito attribuito all'Isis. Gli investigatori hanno individuato collegamenti diretti tra i responsabili dell'attentato terroristico e cellule attive nelle Filippine. Altri campanelli d'allarme sono risuonati in gran parte della regione.

La rinascita del terrorismo islamico nel Sud Est Asiatico

Le aree più calde sono quattro. Oltre alle citate Filippine, attenzione al Pakistan, dove i talebani pakistani stanno sferrando ripetuti raid suicidi lungo il confine con l'Afghanistan. In Malesia, invece, la polizia ha recentemente arrestato una quarantina di cittadini originari del Bangladesh accusati di essere coinvolti in un movimento militante radicale ispirato allo Stato Islamico. Troviamo infine lo Sri Lanka: qui le autorità monitorano con attenzione molteplici focolai di estremismo islamico tra i musulmani della Provincia Orientale.

Che cosa sta succedendo? Innanzitutto è importante ricordare che nel Sud Est Asiatico esistono da decenni movimenti separatisti e gruppi armati che trovano terreno fertile in contesti molto particolari caratterizzati da povertà, un discreto humus culturale islamico e tensioni identitarie.

Con la sconfitta del cosiddetto califfato in Siria e Iraq tra il 2017 e il 2019, inoltre, diversi cittadini di Indonesia, Malesia e Filippine che avevano combattuto in Medio Oriente sono rientrati in patria, portando con sé esperienza militare, contatti e - grazie a internet – una capacità di reclutamento transnazionale. Ebbene, l'addestramento, per molti di loro, è quasi concluso.

Il Pakistan travolto dal terrorismo islamico

Partiamo dal Pakistan. La provincia più critica è il Balochistan, situata al confine con Iran e Afghanistan e ricca di risorse naturali. Accanto all'azione di gruppi separatisti come il Baloch Liberation Army, che accusano Islamabad di sfruttare il territorio senza benefici per la popolazione locale, troviamo le azioni rivendicate dallo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), che ha aumentato le operazioni sul territorio pakistano in seguito alla presa del potere dei talebani a Kabul.

Uno degli attentati più gravi risale allo scorso febbraio: un attentatore suicida ha aperto il fuoco contro le guardie di sicurezza al cancello della moschea Khadija Tul Kubra Imambargah, alla periferia della capitale, prima di farsi esplodere con un giubbotto esplosivo nell'ingresso interno. Il bilancio: 31 morti e oltre 170 feriti.

Allarme Isis nelle Filippine meridionali

Le Filippine sono diventate un centro di addestramento e di operazioni per i militanti legati all'Isis. Il gruppo terroristico ha sfruttato le fratture sociali e politiche, approfittando della presenza di gruppi radicali che hanno dichiarato fedeltà al Califfato. Non è affatto raro che individui (come il caso degli attentatori di Bondi Beach) o addirittura interi gruppi vengano formati o radicalizzati in queste aree, per poi tornare nei loro Paesi di origine per perpetuare atti di violenza.

La regione meridionale di Mindanao, sconvolta per decenni da separatisti islamisti, ribelli comunisti e signori della guerra, è in particolare da tempo un terreno fertile per i gruppi jihadisti, da quelli affiliati ad al-Qaeda, Jemaah Islamiyah e al richiamato Isis. Come ha spiegato il Guardian, proprio Mindanao è caratterizzata da fitte foreste, aspre zone montuose e remote isole periferiche, che si sono rivelate favorevoli alla guerriglia e all'arrivo di combattenti stranieri in cerca di addestramento.

Tra le formazioni terroristiche da menzionare troviamo Maute, noto anche come Daulah Islamiyah, che è stato ridotto a un numero che le autorità ritengono gestibile, e l'Isis-East Asia, una rete informale di gruppi che hanno giurato fedeltà all'Isis e che conta dai 300 ai 500 combattenti, per lo più filippini e alcuni stranieri.

Il terreno fertile del Bangladesh

Le autorità malesi, come anticipato, hanno annunciato di aver smantellato una presunta rete estremista composta da cittadini del Bangladesh. Le ricostruzioni pubblicate dai media locali riguardanti questa notizia lasciano intendere che gli arrestati avrebbero costituito una rete clandestina all'interno della comunità bengalese residente in Malesia.

L'obiettivo sarebbe stato quello di reclutare nuovi aderenti, diffondere la propaganda jihadista, raccogliere fondi destinati ad attività terroristiche e sostenere un progetto volto a rovesciare l'attuale governo del Bangladesh. Il caso riporta l'attenzione sulla crescente instabilità del Bangladesh, sempre più osservato dagli analisti come uno dei possibili nuovi poli dell'estremismo islamista in Asia meridionale.

Dopo la crisi politica del 2024, infatti, il Paese ha registrato una maggiore visibilità delle organizzazioni radicali, alcune delle quali promuovono apertamente l'abbandono dell'assetto democratico e la sostituzione dello Stato laico con un ordinamento fondato sulla legge islamica. In questo contesto si inserisce anche l'attivismo di Al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (Aqis), branca regionale della rete di al-Qaeda.

A proposito: nel 2025 il leader di Aqis, Usama Mahmood, ha diffuso, attraverso il canale propagandistico As-Sahab Subcontinent, un documento di quattordici pagine intitolato Bangladesh – La speranza emergente di sostenere l'Islam per le masse musulmane. Nel testo l'organizzazione esortava i propri sostenitori a proseguire la lotta jihadista con l'obiettivo di rafforzare l'influenza dell'islamismo radicale nel Paese.

Secondo la Jamestown Foundation, per l'appunto, il Bangladesh si troverebbe oggi ad affrontare un quadro di sicurezza particolarmente complesso, caratterizzato dall'intreccio tra radicalizzazione islamista, tensioni confessionali e ricorrenti episodi di violenza settaria. Il rischio contagio è altissimo.