da Roma
I numeri tornano al loro posto, i sospetti no. Basta infatti scostare lo sguardo dal tabellone elettronico della Camera che conferma il via libera in prima lettura alla riforma della legge elettorale fortemente voluta da Giorgia Meloni e subito riprendono forma le ombre che ormai da 48 ore inseguono la maggioranza. Poco importa che ieri il voto finale sia arrivato a scrutinio segreto (217 sì e 152), ribaltando il fragoroso scivolone di martedì sera sulle preferenze (186 sì e 187 no). Perché i sospetti non si votano e non si contano, ma continuano a muoversi nel Palazzo.
Eloquenti tre diverse istantanee scattate ieri tra Camera e Senato. La prima racconta l’arrivo nell’Aula di Montecitorio del sottosegretario Nicola Molteni. Il leghista è furibondo, vuole sapere chi lo accusa di non aver votato l’emendamento sulle preferenze pur essendo alla Camera. Lo dice senza giri di parole al ministro Francesco Lollobrigida («ero al Senato»), poi punta il dito verso i banchi di Fdi e nel sedersi sbatte sullo scranno il faldone di carte che ha in mano. É uno dei tanti leghisti accusati di non aver partecipato al voto pur essendo alla Camera, tra loro anche il ministro Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario Federico Freni. E tutti parlano di insinuazioni senza né capo né coda.
Spostandosi dall’emiciclo alle tribune, arriva la seconda istantanea. Nello spazio riservato ai giornalisti sono infatti presenti cinque persone dell’ufficio stampa di Fdi, accreditati come operatori. La tribuna stampa è infatti posizionata esattamente sopra i banchi di Lega e Forza Italia, il posto perfetto per controllare - smartphone in mano - che i deputati dei partiti alleati non replichino lo scherzetto di martedì. La differenza la fa chi infila nella buca della pulsantiera tutta la mano e chi sceglie di inserire solo il dito indice (in questo caso i più esperti riescono a cogliere se è dal lato del «sì» o da quello del «no»). Un appostamento alquanto inusuale, tanto che l’Associazione stampa parlamentare chiede chiarimenti alla Camera, sottolineando come gli spazi destinati ai giornalisti debbano «restare separati» da quelli utilizzati dai dipendenti dei gruppi.
Per l’ultimo scatto bisogna invece trasferirsi nell’Aula del Senato. Si votano le quattro pre-intese sull’autonomia differenziata, riforma cara alla Lega, con il senatore di Fdi Francesco Zaffini e il leghista Gian Marco Centinaio, presidente di turno, che non se le mandano a dire. «Ora basta, ti metti sempre a pecorina con le opposizioni», lo attacca il primo. «Come ti permetti? Io non ti dico che tu stai a pecorina, come non ti dico che hai rotto i coglioni durante tutta la seduta... sai quante volte ti avrei dovuto sbattere fuori?», replica il secondo. Uno scontro frontale, con l’opposizione - a partire dal capogruppo del Pd Francesco Boccia - che solidarizza con il leghista.
Mentre i numeri della Camera celebrano la compattezza ritrovata, il clima nella maggioranza resta dunque incandescente. Non a caso Meloni sta ancora valutando se e come tornare sulle preferenze.
Per il momento l’intenzione sarebbe quella di far incardinare subito la riforma della legge elettorale al Senato e di farla approvare in Commissione prima della pausa estiva. Riproporre le preferenze a Palazzo Madama, però, sarebbe una sorta di all in nei confronti degli alleati. Perché è vero che al Senato non c’è il voto segreto e per la doppia conformità a Montecitorio si può mettere la fiducia. Ma va anche detto che a quel punto la Camera dovrebbe nuovamente votare il testo nella sua interezza, quasi certamente ancora a scrutinio segreto. Anche su questo è in corso l’annunciata «riflessione» di Meloni, in attesa di capire come sia passata nell’opinione pubblica la battaglia per reintrodurre le preferenze. Di certo, è che ormai tutti guardano alle elezioni politiche, con la finestra di aprile che resta lo slot più probabile, anche per non andare troppo a ridosso con le comunali. Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna sono partite che il centrodestra considera perse in partenza, ragion per cui è meglio non solo votare prima ma anche evitare l’election day.