Trump attacca la Cina: “Ha rubato i dati elettorali degli americani. Il nostro sistema di voto è compromesso”

Scritto il 17/07/2026
da Valerio Chiapparino

In un discorso dalla Casa Bianca il tycoon ha lanciato pesanti accuse a Pechino e preparato il terreno in vista delle elezioni di midterm

“Le nostre elezioni sono state rese vulnerabili a brogli e furti, e la fiducia del popolo americano è andata perduta. Non possiamo permettere che questo continui”. Con queste parole Donald Trump si è rivolto agli americani in prima serata per denunciare, a detta del tycoon, le vulnerabilità del sistema elettorale Usa rinfocolando le accuse, mai provate, di brogli alle elezioni presidenziali del 2020 vinte dal democratico Joe Biden e aprendo la strada ad una nuova battaglia politica in vista delle consultazioni di midterm del prossimo novembre.

Nel corso del suo intervento di circa 25 minuti, incentrato su un tema irrituale e pronunciato da una location tra le più solenni a disposizione di un presidente (la East Room, la stessa sala scelta nel 1964 da Lyndon Johnson per annunciare alla nazione la firma del Civil Rights Act), Trump ha puntato il dito contro la Cina e i suoi tentativi di interferire o influenzare l’esito del voto di sei anni fa. Il tycoon ha reso nota una presunta “compromissione di dati elettorali al livello più grande mai registrato nella storia” sostenendo che Pechino abbia acquisito in maniera illecita 220 milioni di file degli elettori, inclusi dati altamente sensibili. Accuse già respinte dalla Repubblica Popolare tramite un portavoce dell’ambasciata cinese in America.

Il presidente ha affermato che informazioni raccolte dall’Fbi nel 2020 “ma insabbiate da burocrati corrotti” indicherebbero che il Paese del Dragone ha tentato di “fabbricare schede elettorali illegali” per Biden e che i rapporti dell’intelligence sugli attacchi cinesi alle elezioni erano stati esclusi dai briefing presidenziali quotidiani forniti a Trump all’epoca del suo primo mandato. “Non esiste nessun Paese del terzo mondo che abbia elezioni come le abbiamo noi”, ha tuonato The Donald avvertendo che anche Russia, Iran, Corea del Nord e altri attori stranieri hanno le capacità di compromettere l’integrità delle votazioni negli Usa.

In contemporanea al discorso del commander in chief, sul sito della Casa Bianca sono state pubblicate decine di documenti declassificati, mail interne e report di indagini volti a dimostrare le presunte vulnerabilità dell’infrastruttura elettorale degli Stati Uniti. Come però sottolineato dai media statunitensi, il discorso di Trump, nonostante le roboanti anticipazioni, non ha presentato nessuna vera “pistola fumante”. Contrariamente a quanto affermato dal tycoon su un possibile pista venezuelana, i documenti della Cia pubblicati sul sito della Casa Bianca mostrano come sarebbero state scoperte capacità di manipolare i sistemi di voto elettronico per alterare il risultato delle elezioni in Venezuela nel 2020 ma gli stessi funzionari dell’agenzia di Langley conclusero che non c’erano prove che tecnologie adoperate da un’azienda chiamata Smartmatic (al centro di teorie cospirative sulle consultazioni negli Usa di sei anni fa) fossero state messe in campo per “brogli su larga scala” nel Paese sudamericano. Inoltre, la Cia ha stabilito che Caracas non aveva alcuna capacità di influenzare il voto negli Stati Uniti.

Il richiamo alla consultazione elettorale del 2020 non è affatto casuale ed è servito a Trump per preparare la strada ad una battaglia al Congresso, per la verità in parte interna al partito dello stesso presidente. Durante il suo discorso, infatti, The Donald ha cercato di convincere i repubblicani ad approvare il Save America Act, la legge ferma al Senato dopo il via libera della Camera, che introdurrebbe limitazioni al voto per corrispondenza e richiederebbe l’obbligo di presentare un documento di identità per votare e la prova della cittadinanza statunitense per registrarsi al voto.

Abc ed Nbc non hanno trasmesso per intero l’intervento del tycoon e Trump ha minacciato la revoca delle loro licenze. “Sanno quanto il sistema sia corrotto e non vogliono rivelarlo", ha dichiarato il commander in chief che sull’Iran ha detto che presto si vedranno i frutti delle operazioni militari. C’è poi un paradosso evidenziato dal New York Times: dal suo ritorno a Washington il capo della Casa Bianca ha smantellato una serie di tutele elettorali costruite negli anni precedenti. E su questo sfondo, adesso i dem si preparano alle consultazioni di midterm temendo un colpo di mano da parte di Trump.