Non sapevo di dover vivere questo momento. Ho sperato con tutte le mie forze che non capitasse. Lo sapevo io, lo sapeva lei, lo sanno i miei figli: non penso di riuscire a vivere senza averla al fianco.
Non so rivolgermi a lei come fanno tanti, non so parlare ai morti. Non so fingere una speranza che vorrei avere e non ho: quella di saperla felice da qualche parte, protettrice mia, dei nostri figli e dei nipoti. Posso soltanto dire a voi che le voglio bene. Stavo per scrivere che sono felice di averla avuta, ma ho sbagliato parola. La felicità non mi è mai appartenuta, e tanto meno mi apparterrà d'ora in poi. Ho conosciuto momenti di pace, questo sì. Erano tutti legati a lei. In qualsiasi situazione mi trovassi, anche lontano, anche quando sapevo che in quel preciso momento era arrabbiata con me, pensavo: lei è casa. Mi aspettava. Comunque fossi arrivato, avrei trovato la tavola imbandita e due bocconi da mangiare insieme.
L'ho scritto più volte, i lettori del Giornale lo sanno, e lo sanno quelli che hanno letto le troppe interviste che ho concesso in questi anni: mi ha salvato la vita. Me l'ha salvata in molti sensi. Ha salvato per me la possibilità di esistere, di fare il mestiere che mi è piaciuto, di essere padre e di esserle marito. Marito alla mia maniera scombinata, ma non ho mai pensato di poterla lasciare. Semmai ho avuto timore che mi abbandonasse lei, e ne avrebbe avuto ben ragione. Conoscendo però il suo cuore profondo e il suo amore per me, ho sempre creduto che mi avrebbe accolto. Non dico perdonato: non capisco ancora bene che cosa avesse da perdonarmi. So soltanto che mi perdonava.
I miei figli li ha cresciuti lei. E mi scusino i lettori se non dico figlie e figlio: sono un tradizionale, per me i figli sono tutti «piezz' 'e core», come scriveva Eduardo. Ma non ha custodito soltanto loro. Ha custodito il focolare, che è una parola antica e non me ne viene una migliore.
In quest'ultimo anno ho pensato anche alla mia morte, e devo dire che l'ho pensata con stupore. Ho sempre confessato il mio ateismo, forse con una punta di spavalderia. Ultimamente però il morire mi è parso razionalmente quasi assurdo. La condanna all'assurdità, ho imparato, l'hanno sperimentata uomini assai più grandi di me: uno per tutti Camus, lo scrittore che ho molto amato. Lei, con la saggezza delle valli bergamasche, non ha mai voluto dare retta a questi miei discorsi. E adesso mi sembra ancora più assurdo che quello sguardo non ci sia più.
Vorrei dirle: che la terra ti sia lieve. Ma non credo che il suo corpo, là sottoterra, sia lei. So che il suo corpo è là, e non so più che cosa dire. Allora mi confido con voi lettori, e con i contadini delle mie valli, quelli con cui ho parlato tutta la vita, anche di Dio. È un nome bellissimo, e loro lo sapevano pronunciare: gente infinitamente più colta degli eruditi che credono di sapere tutto e non sanno niente, non conoscono il sapore di niente, nemmeno quella capacità di donarsi lavorando che ho imparato nelle mie terre.
Cinquantotto anni di nozze. Non penso che nulla mi consolerà. Soltanto il pensiero che lei c'è stata. E che insieme abbiamo avuto dei figli che spesso, anche su queste colonne, ho maltrattato, ma che lei ha amato; e loro le hanno voluto un bene immenso, e nonostante tutto vogliono bene anche a me.
E ora taccio.